“Nulla ci appartiene, Lucilio, soltanto il tempo è nostro.”
Seneca

Nella mia memoria di bambina esisteva un luogo in città detto l’Ospedale delle Bambole. Le bambole ed in generale i giocattoli, fino a qualche decennio fa usavano essere “curati”. Così come le scarpe, gli abiti e gli elettrodomestici. La durevolezza nel tempo di un oggetto era indice di buona qualità, che sottintendeva buona progettazione e buona realizzazione, artigianale o industriale che fosse. Preservare un oggetto era certamente una necessità dettata anche da fattori economici, ma implicava l’instaurarsi di una relazione più consapevole e rispettosa con gli oggetti, che appartenevano non solo materialmente agli individui.

Poi poco per volta abbiamo perso quest’attitudine, spinti in una corsa al consumo uso e getta dall’inappagabile desiderio del nuovo. Corsa che ha raggiunto un’accelerazione disumanizzante, alterando la nostra percezione del valore del tempo e della relazione con le cose. Vittime più o meno consapevoli di un obsolescenza rapida e metodicamente programmata, nell’inseguire la novità abbiamo barattato la qualità con la quantità, fino ad arrivare a privare di significato, altro che non sia un possesso acritico, gli oggetti e gli strumenti di cui ci siamo circondati sempre più compulsivamente, illusi dell’infinitezza utopica del processo di “crescita”.

Oggi il diffondersi ed il perdurare della crisi economica ha alimentato le posizioni critiche rispetto allo stesso sistema consumistico, responsabile della volatilizzazione di senso nella relazione uomo-oggetto-strumento. Da qualche tempo assistiamo alla nascita di progetti indirizzati alla (ri)scoperta di valori qualitativi nell’ambito della progettazione e del design. In termini più generali si promuove e si sollecita un cambiamento culturale radicale nei confronti  del consumo di massa. Un caposaldo concettuale nell’ambito del design è In the bubble: designing in a complex world (2005), testo di John Thackara, che rappresenta il fondamento critico di numerose esperienze con- crete, come il progetto R-RIPARABILITÀ, che in collaborazione con ADI, Frida Doveil ha presentato nel 2013 durante la Design Week di Milano.


Molti degli oggetti che oggi ci circondano sono estremamente performanti ma sotto la pressione dell’innovazione tendono velocemente a diventare obsoleti e sono destinati a morire nel momento stesso in cui si rompono,” spiega Frida Doveil. “È arrivato il momento di instaurare una nuova relazione con gli oggetti, al di là dell’indifferenza. Una relazione che restituisca valore agli oggetti stessi, alla fatica del produrli, all’intelligenza nel progettarli e alle conoscenze necessarie per permettere di conservarli. Anche perchè, l’oggetto che per noi oggi è già vecchio e superato, per altre realtà nel mondo assume invece un nuovo valore e, rivalutato, torna ad essere utile e apprezzabile.

Domus | 26 maggio 2013 | intervista a Frida Doveil, architetto e designer

Quando si decide acriticamente di sostituire un oggetto danneggiato, spesso in nome di un dispendio personale apparentemente inferiore, non si tiene conto dell’energia grigia custodita nei prodotti, ovvero non si ha consapevolezza di quanto già consumato per la loro produzione in termini di risorse globali (materia prima ed energia produttiva), e di quanto ancora si chiede di consumare nella successiva fase di riciclo o smaltimen- to. E soprattutto non si ha coscienza del fatto che questa energia grigia sia un bene collettivo.

(Ri)cominciare ad aggiustare e custodire nel tempo gli oggetti non è un atto di retorica nostalgica: le materie prime non sono inesauribili e neppure l’energia per produrre beni. (Ri)scoprire la riparabilità come opportunità creativa significa comprendere l’urgenza di ribaltare meccanismi culturali e sociali usa e getta.

In tal senso abbiamo necessità di imparare ed insegnare nuovamente a progettare, produrre ed usare, in un confronto trasversale ed intergenerazionale, che passa attra- verso lo scambio aperto di competenze accademiche, critiche e professionali. Si provi ad esempio a pensare a tutti quei mestieri che attuavano in passato la riparabilità, per anni ritenuti essere divenuti superflui nella miope logica usa e getta. Maestranze (nel senso di potenziale accademico) spesso dimenticate, detentrici di metodi di processo ricombinatori, applicabili in contesti didadditici e produttivi altri.

Citando Latouche è necessario decolonizzare l’immaginario (occidentale) elevando il pensiero creativo contro l’economia dell’assurdo. Occorre ripensare consapevolmente il valore degli oggetti che progettiamo, produciamo ed usiamo, che non può essere ricondotto esclusivamente ad una questione di PIL.

Restituire valore di senso agli oggetti significa restituirlo anche al nostro tempo e alle nostre relazioni.

Barbara Ventura – novembre 2014



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